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La trappola
| La peggiore trappola tesa dalla
droga è quella di cedere al convincimento che ormai per te non c'è
più nulla da fare. Se ne persuaderanno i parenti, gli amici, e infine te
ne convincerai anche tu.
C'è uno solo che non si lascia vincere da questa convinzione: Dio. Lui
sa di averti fatto a Sua immagine e somiglianza e che quando avrai lasciato entrare
nel tuo cuore la Sua Parola, questa ti cambierà.
In questa pagina puoi leggere le testimonianze di alcuni collaboratori della missione
e di alcuni ex tossicodipendenti. |
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La testimonianza del responsabile Elia Occhicone
La testimonianza di un detenuto di nome Walter: "Guardandomi allo specchio
dissi: Diventerò un mafioso"
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Ho 34 anni, sono nato a Taranto e voglio
raccontarvi come il Signore Gesù ha trasformato la mia vita.
Sono cresciuto in una brava famiglia, gente semplice, però con difficoltà
economiche. Per aiutare la mia famiglia smisi di frequentare le scuole medie e
iniziai a lavorare. Collaboravo insieme agli altri miei due fratelli. |
La mia adolescenza l’ho vissuta avendo alti e bassi, anche se ero un ragazzo
con dei buoni principi, era nato in me un forte desiderio di diventare qualcuno,
insomma volevo essere notato e considerato.
Abitavo in una zona centrale di Taranto, e proprio nelle vicinanze di casa mia
vi erano dei giovani ragazzi che vivevano una vita di lusso ed erano rispettati.
Questo gli era possibile perché svolgevano attività illecite. Ero
affascinato da questo modo di vivere e mi piaceva essere come uno di loro, d’altronde
io volevo apparire. Un giorno, prima di recarmi al lavoro, guardandomi allo specchio
dissi: “Diventerò un mafioso”.
Questo pensiero catturò tanto la mia mente che mi fece abbandonare il lavoro.
Iniziai a far parte di piccoli gruppi di strada, spacciando droga, facendo qualche
rapina ed altre cose illecite. Iniziai a familiarizzare con la polizia. Mi arrestarono
più volte, così divenni noto negli ambienti dei delinquenti. Iniziai
a fare anche uso di droga, sniffavo cocaina. La mia vita iniziava ad andare in
frantumi e questo era solo l’inizio di quel tunnel buio senza via d’uscita.
Nel 1992 per la prima volta feci uso di un’arma da fuoco, sparai a mio fratello
nelle gambe perché mi aveva rubato dei soldi per andarsi a drogare e questo
mi dava molto fastidio, non volevo che fosse un tossicodipendente. Mentre lo accompagnavano
all’ospedale scappai via per non farmi prendere dalla polizia.
Il giorno dopo i giornali parlavano del mio caso e questo mi faceva pensare che
già stavo per arrivare al successo. Così decisi di lasciare i primi
amici della strada per frequentare un ambiente dove vi erano veri e propri mafiosi.
Qui facevo estorsioni, usavo armi da fuoco e questo mi faceva sentire più
rispettato dalle persone.
Qualche tempo dopo fui sparato alle gambe da un amico perché non voleva
che facessi quella vita, fui colpito da cinque proiettili, mi portarono in ospedale.
Questo mi fece riflettere e considerare che prima o poi sarei morto per mano di
qualcuno, o di un amico o di un nemico.
Nell'anno 1993 un ragazzo fu ferito da alcuni colpi di pistola e fui incolpato
ingiustamente. Fecero un confronto tra me e il ragazzo ferito e fu provato che
ero innocente.
Gli anni più belli della mia giovinezza li stavo vivendo nelle carceri,
ormai avevo preso l’immagine del criminale.
Nel 1998 mi trovavo a Genova con la mia fidanzata; stavamo progettando di sposarci
quando una notte mentre dormivo, fui svegliato e ammanettato dai poliziotti. Mi
portarono al carcere di Genova.
Chiesi di fare una visita medica perché ero molto esaurito, e così
mi diedero una terapia di tranquillanti. Ne avevo bisogno, la mia mente era a
pezzi.
Dopo qualche settimana fui trasferito nel penitenziario di Lecce, perché
era in corso il mio processo presso la Corte d’Assise di Taranto.
Ero implicato insieme ad altre 27 persone per associazione mafiosa. I miei genitori
soffrivano per questo, però non mi abbandonarono, continuavano a volermi
bene, nonostante avevo preso quella strada.
Volevo cambiare ma non ci riuscivo.
Di notte avevo degli incubi e per dormire abusavo di tranquillanti, volevo sfuggire
a quella brutta realtà che mi circondava.
Poi nel 1999 fui condannato a nove anni di carcere, più tre che ne avevo
già da scontare. Che brutta fine per me che avevo tanta voglia di vivere,
già avevo perso il sorriso.
Nel marzo del 2000 ricevetti un telegramma con la brutta notizia: mio fratello
di 29 anni era morto per un’overdose di droga. Mi sentivo il mondo cadere
addosso, ero stato come colpito alle ginocchia, abbattuto per non rialzarmi più.
Partecipai al suo funerale con la scorta, quando ritornai in carcere non volevo
parlare con nessuno. Alcuni amici del reparto mi chiesero come stavo, ed io risposi:
“Sto bene perché Gesù è con me”.
Non capivo perché pronunciai quelle parole, non ero un credente, nè
conoscevo il Signore, ero solo un cattolico non praticante. Qualcuno mi aveva
parlato di Gesù qualche tempo prima, mi disse che Lui mi amava ed era morto
per i miei peccati, e se lo avessi invocato con fede e con un cuore sincero, mi
avrebbe risposto.
Una mattina mi svegliai piangendo, dicevo tra me e me: ho fallito in ogni cosa,
sono distrutto. Mi alzai aggrappandomi alle sbarre della finestra, guardai il
cielo e con gli occhi pieni di lacrime gridai a Dio: “Sono stanco di vivere
così! Signore, cambia la mia vita”.
In quell’istante avvertii una dolce presenza, era così piacevole,
per la prima volta sentivo la pace nel cuore. Al momento non capivo che stava
succedendo, ma poi mi resi conto che Gesù stava iniziando un’opera
nella mia vita.
Il Signore aveva ascoltato la mia preghiera. Smisi di fumare e già non
sentivo più il bisogno di prendere farmaci. Così con tutto il cuore
ringraziavo Dio per avermi risposto.
Sentivo la Sua presenza spirituale, il Suo amore inteneriva il mio cuore, mi sentivo
una nuova persona. Le persone che erano nel carcere vedevano un cambiamento nella
mia vita, forse per loro era strano ma non per me che avevo ricevuto la grazia
di Dio.
Intorno di me tutto rimase lo stesso, però nel mio cuore cambiò
qualcosa, c’era un forte desiderio di cercare Dio, lo adoravo e lo ringraziavo.
Mia madre si meravigliava di tutto questo. Ebbi una grande gioia quando seppi
che dopo poco tempo, mentre era in casa iniziò a piangere e anche lei invocò
lo stesso Dio che aveva trasformato la mia vita. Adesso non è più
quella donna sofferente di una volta, ma testimonia alle persone della gioia e
della pace che Gesù gli ha dato.
Oggi a distanza di cinque anni continuo ad avere fede in Dio e a vivere nella
sua grazia. Sono una nuova persona, con la pace, la gioia e l’amore di Gesù
nel cuore e disposto ad amare e perdonare gli altri, perché Dio ha perdonato
me. Nel carcere di Secondigliano posso testimoniare agli altri detenuti quello
che Gesù ha fatto nella mia vita, predicare il messaggio della sua Parola
e parlare del Suo amore.
Ora il mio desiderio è di vivere onestamente secondo la Parola di Dio e
servirlo. Sono una nuova creatura in Cristo Gesù.
La testimonianza di Adriana
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Mi chiamo Adriana e faccio parte dell'Associazione
Diaconia Napoli dalla sua fondazione, nel 2002.
In quel periodo della mia vita mi trovavo in una situazione particolare, ero alla
ricerca continua di Dio e volevo scoprire nuove esperienze nel campo cristiano.
Cominciai a frequentare mio zio Elia – dopo molti anni in cui c'eravamo persi
di vista – e lui mi parlò della sua miracolosa guarigione da una vita intera di
tossicodipendenza. |
Vidi anche il lavoro molto delicato che stava svolgendo per aiutare tanti ragazzi
e cominciai a partecipare anch'io, nel modo in cui potevo. Quello che mi colpiva
nelle persone che incontravamo era la loro sofferenza: questi ragazzi e ragazze
avevano molte ferite nell'anima ed erano emotivamente molto fragili. Personalmente
ero portata più ad ascoltare i loro sfoghi piuttosto che a parlare e a dare loro
consigli e soluzioni (che non avevo).
Non avrei mai pensato prima d'allora di andare alla Stazione Centrale di Napoli,
la sera, a parlare con i barboni, i drogati e le prostitute e di preparare per
loro i panini imbottiti e i pasti caldi. Ero contenta di aiutare, però mano a
mano che andavo avanti sentivo che qualcosa di strano si muoveva dentro il mio
animo. Finivo per identificarmi con queste persone quando mi raccontavano il loro
dolore o la loro rabbia e una di queste volte scoppiai a piangere tra le braccia
di una donna che si drogava e si prostituiva.
Andavo lì per aiutarli ma in realtà ero io che stavo ricevendo aiuto attraverso
queste persone e il Signore stava guarendo il mio cuore mentre tiravo fuori tante
cose che avevo accumulato negli anni.
Sono la seconda di quattro figli e i nostri genitori purtroppo si separarono quando
avevo soltanto otto anni. Da quel momento per ognuno di noi iniziò bruscamente
una nuova vita: i miei fratellini ed io siamo cresciuti praticamente senza la
mamma e per molti anni siamo stati separati anche tra di noi. Infatti abbiamo
vissuto, ad alterne vicende, un po' con i nonni, un po' con gli zii e un po' con
nostro padre. La nonna era credente e ci aveva insegnato a pregare, a credere
in Gesù e alle parole della Bibbia. Anch'io un giorno ho creduto che Dio esiste
davvero: feci una preghiera disperata e la sua risposta arrivò subito.
Una sera particolare di alcuni anni fa, durante un incontro di preghiera a casa
di una coppia di amici capii che avevo bisogno di accostarmi seriamente a Dio.
Sentii che c'era una barriera forte tra me e Dio perché avevo vissuto fino ad
allora con una mentalità sbagliata, facendo molte cose sgradite a Lui. Gli confessai
i miei peccati e mi sentii di ricominciare daccapo e più leggevo il Vangelo più
mi innamoravo della mentalità di Cristo. Mi piacevano le parole che diceva, come
la pensava Lui su tante cose, e il suo senso della giustizia. Così non ho potuto
fare a meno di credere in Cristo e sperare che si può essere migliori. Ho capito
che tante ingiustizie che vedo intorno a me e che la gente considera cose normali,
sono invece ingiustizie e ipocrisie anche per Dio. Ho trovato qualcosa che mi
dà pace e certezza e che non mi delude mai. Qualcosa che una volta trovata non
vuoi lasciare più.
La testimonianza di Davide
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Mi chiamo Davide, ho 33 anni e voglio
raccontarvi l’incontro che ho fatto con il Signore Gesù.
Quando mia madre morì aveva solo 26 anni, io ne avevo appena due, ero un piccolo
bambino, per questo non mi ricordo di lei, è come se non l’avessi mai conosciuta.
Dopo circa un anno mio padre si risposò con un’altra donna, così la mia nonna
materna si prese cura di me insieme a mia sorella di quattro anni e al mio piccolo
fratellino di 16 mesi. |
Siamo cresciuti con mia nonna e con alcuni fratelli di mia madre, nonostante le
tante attenzioni e l’amore che ci hanno dato, il mio cuore era addolorato e in
me c’era un profondo vuoto. Volevo che mia madre stesse vicino a me, stringendomi
tra le sue braccia, dandomi la sicurezza e l’affetto di cui avevo tanto bisogno,
così mi affezionai alle mie zie.
Con noi abitava anche il fratello di mia madre, con il quale ho avuto uno splendido
rapporto. Era come un padre per me, ricordo che la mattina presto quando lui andava
al lavoro, subito mi coricavo nel suo letto vicino a mia zia per sentire un poco
di calore e di affetto che mi mancava tanto.
Durante la mia adolescenza uscivo con i miei amici, andavamo a ballare, avevo
i miei divertimenti, all’apparenza sembrava che avessi tutto quello di cui un
ragazzo ha bisogno. Non era così, ricordo che la sera quando rientravo a casa
mi sentivo solo e triste, non ero soddisfatto. Mi mancava tanto mia mamma, ma
ero anche consapevole che era impossibile riaverla e che nessuno la poteva sostituire.
Con i miei amici cercavo di dimostrarmi sempre allegro, sapevo mascherare molto
bene i miei stati d’animo e la mia tristezza dietro ad un falso sorriso.
Mia nonna era una donna speciale, era buona con tutti, già da piccolo mi aveva
dato degli insegnamenti cristiani, mi voleva molto bene, è stata lei che mi ha
cresciuto facendo le veci di mia mamma e dandomi tutto quello di cui avevo bisogno.
Ricordo che prima di morire mi disse: affidati a Gesù. Continuai a frequentare
la chiesa per un breve periodo perché ero spinto da mio fratello minore, poi mi
allontanai. Grazie a Rosa, la ragazza con la quale mi fidanzai, iniziai di nuovo
ad andare in chiesa, ricordo con grande commozione che un giorno mi trovavo nella
chiesa evangelica seduto su una panca, e con molta tristezza mentre ripensavo
a mia madre ed al fatto di non averla conosciuta, il Pastore Michele Romeo lesse
la Parola di Dio in Giovanni 14:18 che dice: Io non vi lascerò orfani; tornerò
a voi. In quell’istante sentii l’abbraccio Paterno di Dio, il Suo amore iniziò
ad entrare nel mio cuore così forte che scoppiai in un forte pianto. Insieme alle
lacrime versate usciva tutta la mia tristezza, nel mio cuore iniziai a sentire
una grande gioia, allora compresi che Dio aveva iniziata un’opera nella mia vita.
Lui mi ha donato il Suo amore e mi ha dato quell’affetto che mi mancava, ho sperimentato
la vera pace e mi ha reso un uomo Felice. Sono passati circa 11 anni da allora
e posso dire che nel mio cuore c’è una grande gioia.
Oggi sono felicemente sposato e ho 2 meravigliose bambine ma soprattutto ho nel
mio cuore il Signore Gesù l’unico che può cambiare la tristezza in gioia.
La testimonianza di Franca: Le carezze di Dio
Sono una donna di 48 anni. Ero ancora molto giovane quando sentivo il profondo
e inappagato bisogno di ricevere dai miei genitori una carezza, un abbraccio,
un gesto di tenerezza che mi facesse sentire il loro amore. Ma la loro attenzione
era rivolta quasi esclusivamente a mia sorella, della quale si dicevano orgogliosi.
Mi sentivo come un'estranea, un'intrusa, una figlia non voluta. Passarono molti
anni e nessuno si accorse che non avevo mai pronunciato la parola "papà".
Dentro di me si fece strada la convinzione di essere inferiore, e ciò aumentava
la mia insicurezza. Mi chiudevo sempre più in me stessa e manifestavo il
mio disagio con la balbuzie. L'infanzia lasciò posto all'adolescenza e
dentro mi covava una profonda ribellione che però sapevo ben dissimulare.
A sedici anni mi innamorai di un ragazzo. La nostra relazione fu molto contrastata
dai miei e forse proprio per questo mi legai a lui ancora di più. Mio padre
resistette molto a questo mio legame affettivo. Giungemmo comunque ad un passo
dal matrimonio, tutto era pronto, le bomboniere e l'alloggio preso in affitto.
Ma a questo punto fui presa dall'angoscia. Non volevo sposarlo, ma scappare, fuggire
lontano dal groviglio inestricabile dei miei sentimenti.
Scappai con un giovane di fede islamica che avevo conosciuto da poco. Mio padre
era furioso. La nostra fuga, anche per questo, continuò. Poi lo sposai.
Dopo nove anni di matrimonio mi chiese di diventare musulmana, era questa la condizione
per essere veramente accettata da lui. Mi dissi disponibile ma solo dopo aver
approfondito le mie conoscenze sia dell'Islam che del Cristianesimo. A quel punto
avevo già due figlie per la felicità delle quali avrei fatto qualsiasi
cosa.
Cominciai a leggere la Bibbia e non avendo trovato un Corano, dei testi introduttivi
all'Islam. Ma il fascino della Bibbia mi conquistò completamente. Dalle
pagine dell'Antico e del Nuovo Testamento conobbi un Dio di misericordia e di
tenerezza che non avevo mai conosciuto. La cosa che mi folgorò fu il fatto
che io ero importante per Lui, tanto da darsi in Gesù Cristo per il perdono
dei miei peccati e per la mia salvezza.
Quando fu chiaro che non sarei mai diventata musulmana il rapporto con mio marito
degenerò e cominciai a soffrire di terribili sensi di colpa. Sicché
quando entrai per la prima volta in una chiesa evangelica mi sentii fortemente
stretta da due lati. Da una parte il senso di libertà e di adorazione sincera
che si respirava nei canti e nelle preghiera, dall'altra il mio sentirmi profondamente
bloccata, oppressa da un peso interiore sotto il quale rischiavo di rimanere schiacciata.
L'incontro con la parola di Dio nel libro del profeta Isaia segnò una svolta:
"Venite e discutiamo assieme. Se anche il tuo peccato fosse rosso come lo
scarlatto io lo farò diventare bianco come la neve". Fui travolta
dalla commozione. Il Signore, perdonandomi, prendeva su di sé il peso della
mia colpa.
Ma le ragioni del mio turbamento non cessarono, soprattutto a causa del burrascoso
rapporto con mio marito. La mia preghiera era un grido di dolore soffocato dal
silenzio del mio smarrimento. Fu proprio durante una di quelle adunanze di adorazione
e preghiera che feci un'esperienza che è difficile, forse impossibile,
spiegare a parole. Anche l'apostolo Paolo parla di un'esperienza di questo tipo
nel suo epistolario. Ciò che vissi fu come la materializzazione dell'amore
di Dio per me. Percepivo la Sua presenza avvolgente e in me, l'amore senza fine
per Gesù. La commozione di quell'esperienza fino alle lacrime, rimase con
me per molti giorni.
Fu questo amore che mi aiutò a superare ogni risentimento verso mio marito.
Poi, per un incidente automobilistico, lo persi: altro dolore, altri problemi,
altre difficoltà. Da allora tuttavia non mi sono più sentita sola,
il Signore è stato sempre con me. Egli mi ha consolata, quando ero smarrita,
mi ha sorretta e con amore mi ha consigliata e liberata.
Grazie a Dio oggi posso servirlo in questa missione che si occupa del recupero
dei tossicodipendenti. Dio ha messo anche nel mio cuore un amore cristiano per
questi ragazzi che vivono senza pace. Insieme ad altri credenti cerchiamo di essere
luce che brilla nelle tenebre fitte della droga portando una parola di speranza.
Dio ha una carezza per ogni creatura!
La testimonianza di Armando: Dal buio delle tenebre alla luce di Dio
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Mi chiamo Armando, ho 33 anni e circa
10 anni della mia vita li ho trascorsi nella sofferenza della droga.
La mia è stata un'infanzia difficile convivendo con i continui litigi dei
miei genitori e quando i miei decisero di separarsi il mio cuore venne colpito
da un dolore profondo. Crescendo provavo invidia verso i miei amici perchè
vedevo che avevano famiglie unite e desideravo averne una anch'io. |
Un giorno mia
mamma fu colpita da un guaio giudiziario e io dovetti andare a vivere con una
mia zia. In quello stesso periodo mio padre iniziò a bere ed entrò
nel tunnel dell'alcool. Questo era un altro dolore che si aggiungeva al mio stato
di sofferenza.
Man mano che crescevo, ormai ero un giovanotto, cresceva anche un senso di ribellione
in me e un senso di disprezzo verso la vita e verso i miei genitori, e tante volte
ho desiderato non esistere. Immancabilmente, frequentando la strada e la mia compagnia,
si presentò la droga.
Avevo poco più di sedici anni e iniziai a provare i primi spinelli e man
mano che crescevo avevo in me il desiderio di andare oltre. Iniziai a provare
droghe diverse, come la cocaina, "trip" allucinogeni e assumendo pasticche
di extasy. Iniziai poi a frequentare varie discoteche di Riccione e di altri posti,
spacciando droga.
Un giorno, avendola in mano, venne in me il desiderio di provare l'eroina: è
lì che iniziò la vera sofferenza sia fisica che mentale e presi
a bucarmi e ad isolarmi dal mondo. Man mano che andavo avanti questa sostanza
s'impradoniva sempre più della mia vita. Questo è durato per circa
dieci anni e ormai mi ero rassegnato che questa doveva essere la mia vita e la
mia fine. Io stesso non avrei scommesso una lira su di me e senza la dose quotidiana
ero incapace pure di camminare.
Ho provato varie volte a smettere, persino riuscendoci per brevi periodi, ma in
quel tempo mi mancava la sostanza e c'era un vuoto in me incolmabile.
Un giorno, mentre ero nella mia stanza, nei miei viaggi verso l'inferno della
droga, mia mamma mi invitò ad andare a casa di mia zia perchè li
c'erano delle persone che pregavano. Accettai di malavoglia ma poi, a casa di
mia zia incontrai queste persone che mi parlavano di Gesù come un vivente
che mi poteva liberare dal mio stato pietoso. Così fecero per me una semplice
preghiera e uno di loro mi regalò pure una Bibbia. In quei momenti sentii
l'amore che queste persone avevano e il loro peso per il mio problema. Anche in
me avvenne qualcosa che non so spiegare e scendendo da quell’appartamento
non vedevo l'ora di arrivare a casa mia. Non so cosa mi stava succedendo ma appena
arrivato nella mia stanza presi l'altra droga che mi era rimasta e la scaraventai
con tutta la mia rabbia dalla finestra. Poi mi inginocchiai e chiesi a Dio di
liberarmi da quel laccio che mi teneva legato. La mattina seguente già
mi svegliai diverso e veramente sentivo la presenza di Dio su di me e man mano
che i giorni passavano iniziai a disprezzare la droga e la persona che ero stato.
Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando ho smesso e sono veramente grato a Dio
perchè la Sua presenza è sempre più tangibile nella mia vita.
Oltre a essere stato liberato dalla droga, la mia vita è in pace con Dio
e verso il prossimo. Non ho più confusione nella mente, il mio punto di
riferimento è Cristo Gesù ed ogni mio problema lo metto davanti
a Lui.
Posso veramente dire che mi sento rinato e sono circondato da persone che mi amano
e mi stimano. Frequento anche una chiesa cristiana evangelica e il Signore ha
messo nel mio cuore la compassione per i disadattati, infatti sono collaboratore
di un'associazione, "progetto Kades", per il recupero degli emarginati.
Sono grato a Dio per tutto ciò.
La testimonianza di Elia: A un metro dall'inferno
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Nelle famiglie di fede evangelica si
usa mettere i nomi di personaggi della Bibbia. È per questo che mi porto
quello di un grande profeta di cui narra l'Antico Testamento, Elia.
Sono l'ultimo di otto. Mia mamma si ammalò di un forte esaurimento nervoso
mentre io ancora mi agitavo nel suo grembo. Quando nacqui, non era già
più nelle condizioni di prendersi cura di me, così lo fece mia sorella
più grande. Ma quando partì per l'America, dopo aver preso marito,
per me era ancora troppo presto. |
Avevo solo 11 anni ed ero bramoso di affetto materno. Mi sentii abbandonato e
terribilmente insicuro, mi parve che il mondo con tutto il suo peso gravasse sulle
mie spalle ancora troppa gracili. Mi sentivo schiacciato.
Un profondo senso di ribellione contro tutti e contro tutto cominciò ad
albergare nel mio cuore. Non davo ascolto a mio padre e più lui cercava
di correggermi, più reagivo con forza. C'era in me un fuoco di risentimento
verso la vita che mi induceva a fare tutto il contrario di ogni cosa giusta.
Avevo solo 15 anni quando divenni capo di una banda di ragazzini del mio quartiere.
Facevamo molte bravate e ce ne vantavamo. Poi venne la stagione delle discoteche,
delle ragazze, del sesso e dell'alcol, tanto. Mi ubriacavo spesso.
Immancabile giunse l'appuntamento con la droga: dapprima lo spinello, poi gli
allucinogeni e l'eroina. Il mio cervello era in frantumi almeno quanto la mia
anima. La cocaina, infine, distrusse quel poco che rimaneva della mia integrità
di uomo. L'odio per il mondo e per la vita era ormai divenuto odio contro me stesso.
In fondo non facevo altro che distruggermi, dose dopo dose, buco dopo buco. Ma
cercavo ancora, seppure in maniera maldestra, di mascherare il disastro che ero
divenuto.
Giorno dopo giorno bruciavo la terra attorno a me. Credo di aver ingannato tutti,
amici, parenti, familiari e quindi cresceva a dismisura tutto intorno il deserto.
A questo punto la droga mi serviva per sentirmi in quello stato di torpore che
ti impedisce di pensare e di riconoscerti per quello che sei diventato, una larva.
Da fanciullo educato alla fede cristiana, ero divenuto un adoratore del diavolo,
di un dio che chiamavo eroina. Ero a meno di un metro dall'inferno.
Oggi riconosco i grandi sforzi fatti da mio padre per aiutarmi, dissuadermi, correggermi,
amarmi. Ma a nulla valsero. Non so più in quante comunità terapeutiche
ho soggiornato e da quante sono scappato. Ero in un vicolo cieco. Non ero più
padrone di me. Più che l'alcol e la droga, il vero problema, comunque,
ero io stesso.
La droga aveva, nei lunghi anni di abuso, corroso ogni cosa. Non sapevo più
gioire e non sapevo più piangere. I momenti di lucidità erano talmente
insopportabili che diverse volte ho tentato il suicidio. Oggi so che qualcuno
mi proteggeva. Mi somministravo la morte a piccole dosi quotidiane, eppure ero
terrorizzato dalla morte. Diverse volte sono stato in coma per overdose.
Non saprei dire come, né saprei ripetere le parole, ma nel mio cuore
doveva esserci un grido soffocato di aiuto simile a una preghiera. “Ti prego,
soccorrimi Signore. Donami la pace e fammi provare quella gioia di vivere che
mi é sconosciuta!”.
Dio rispose, e lo fece attraverso mio padre. Lui non aveva mai smesso di pregare
per me. Fu lui a propormi di entrare in una comunità di recupero che aveva
una forte enfasi di fede cristiana. “Papà portami pure in questo
centro. Per me soltanto Dio, se esiste, può fare qualcosa.” Qui conobbi
non solo una comunità di ragazzi col mio stesso problema, ma anche una
comunità spirituale, di persone sinceramente convinte dell'aiuto di Dio.
Ero attratto da quella forte tensione spirituale ma non capivo fino in fondo da
dove venisse. Avevo fede, ma ero ancora incredulo. Qualcuno a cui mi rivolsi mi
parlò con semplicità e convinzione di Gesù. “Quello
che non puoi fare con le tue forze lo può Gesù per te!”.
Volevo crederci, dovevo crederci. Cominciai una lunga, reiterata e ostinata preghiera.
Volevo che operasse anche in me come in quei ragazzi. Stentavo a credere che avrebbe
potuto rimettere assieme i pezzi della mia vita. Fu così, forse per la
prima volta, che mi resi conto del male che avevo fatto a tante altre persone.
Molti avevano patito a causa mia. Ma questo pensiero non mi distruggeva. La consapevolezza
del peccato cresceva di pari passo con quella della Grazia. Dio mi voleva bene.
Non si era stancato di me. Aveva continuato ad amarmi anche quando non mi amavo
neppure io stesso. È stato per la Sua vicinanza se ho potuto sopportare
la paralisi delle crisi di astinenza. Lui, soltanto Lui era capace di spegnere
il fuoco che ardeva nel mio corpo, che bruciava le vene mentre le ossa erano pesanti
come il piombo. Dio ha agito, certo, ma lo ha fatto attraverso molti di quei ragazzi
che erano passati per quella stessa angusta strada. Erano per me come una schiera
di angeli mandati a soccorrermi, giorno e notte.
La fede dei primi passi cominciò a diventare cammino quotidiano nell'ascolto
della Parola, nella preghiera, nella meditazione personale. Così l'antica
storia di quel figlio, di cui narra la parabola, che parte per un lungo viaggio
nel quale si perde, acquistava per me un significato biografico. Dio era proprio
quel padre paziente e amorevole rimasto alla finestra ad aspettare il mio ritorno.
Da allora la presenza spirituale del Signore ha preso a medicare e curare le
mie piaghe. La lunga malattia dell'anima aveva lasciato ormai posto alla stagione
della convalescenza e della piena guarigione. Nessun medico e nessuno psichiatra
aveva potuto affrancarmi da quei 22 anni di vita dissoluta vissuta alla mercé
della droga. Il Signore l'ha fatto. L'ha potuto per mezzo del Suo amore. L'ha
compiuto mettendo in me la fede. L'ha realizzato donandomi dei fratelli. Ed oggi
il più grande desiderio che ho nel cuore è quello di sapermi nelle
Sue mani uno strumento di aiuto per tanti altri ragazzi come me. C'è di
nuovo un fuoco dentro di me, ma questa volta non mi distrugge!
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